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Opinioni

Accoglienza e comunità

L’accoglienza dei rifugiati ha costituito e costituisce anche un’occasione per un confronto a diversi livelli nella società civile
OPINIONI - Nell’ultimo mio intervento su questo sito mi chiedevo se Jorge Bergoglio, il Papa venuto dalla fine del mondo, figlio e nipote di emigrati, avrebbe potuto aiutare l’Italia e l’Europa a leggere in maniera corretta (e sensata) il tempo che stiamo vivendo, in cui migliaia e migliaia di persone ogni settimana cercano disperatamente di varcare i nostri confini alla ricerca di una vita migliore.

Il Papa, in realtà, è intervenuto in maniera molto esplicita, nell’Angelus del 6 settembre scorso: «Di fronte alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame, e sono in cammino verso una speranza di vita, il Vangelo ci chiama, ci chiede di essere “prossimi” dei più piccoli e abbandonati. A dare loro una speranza concreta. (…) Ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario d’Europa ospiti una famiglia». L’invito subito rilanciato dai media ha avuto eco anche dalle nostre parti: i primi passi sono stati fatti grazie alla generosità immediata di alcuni istituti religiosi, mentre si è avviato qualche progetto un po’ più ampio che, pur con i tempi necessari alla pianificazione, sta raggiungendo la fase operativa.

L’accoglienza dei rifugiati ha costituito e costituisce anche un’occasione per un confronto a diversi livelli nella società civile: non solo la chiesa e gli enti religiosi sono stati interpellati, ma molti operatori del sociale si sono attivati e, probabilmente, ogni ‘comune cittadino’ si è reso conto di qualche cambiamento nel panorama etnico della nostra città, pur abituata da anni alla presenza di immigrati.
Credo che questo particolare momento chieda anche a ciascuno di andare al di là di un semplice sentimento: sia della paura che talvolta sorge nell’incontro con chi è sconosciuto, sia di una facile commozione che le immagini proposte dai media potevano indurre. La risposta all’emergenza non si può ridurre a dare un tetto e del cibo a queste persone (le stesse linee dettate dagli organi istituzionali prevedono l’apprendimento della lingua italiana e l’introduzione all’attività lavorativa). Nel contempo, non si può pensare che l’accoglienza si riduca ad un compito da demandare a specialisti del settore: se è vero che occorrono particolari competenze (pensiamo alla mediazione culturale), è anche evidente che queste persone si trovano immerse nel tessuto di una società che non può pensare di non vederle e di non incontrarle.

In effetti, come mi sembra di evincere anche dalle parole del Papa, è il nostro essere comunità ad essere interpellato, e non solo nel senso religioso del termine. I rifugiati che giungono fra noi cercano un ‘futuro’ e, in fondo, ci obbligano a pensare non solo a quale futuro possiamo offrire loro, ma anche a come immaginiamo il nostro futuro o, se volete, la nostra ‘comunità del futuro’.
27/10/2015
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