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Provincia

“Formazione e istruzione per rilanciare il lavoro”

Quarantamila adulti senza occupazione in provincia, di cui il 57% sono donne. E un 2012 che non si preannuncia migliore. L’assessore provinciale Massimo Barbadoro traccia un quadro di priorità e strumenti da utilizzare per portare il territorio oltre la crisi
Trentamila disoccupati ‘ufficiali’, ossia iscritti alle liste dei Centri per l’Impiego. Più almeno altri diecimila che neanche più provano a cercare lavoro. Un esercito provinciale di quarantamila persone, di cui solo un’esigua minoranza beneficia di ammortizzatori sociali. Per fare il punto sull’emergenza occupazione abbiamo incontrato Massimo Barbadoro, assessore provinciale al Lavoro. Affrontando anche altri temi di sua competenza, come la formazione professionale e l’accorpamento in corso dei plessi scolastici.

Assessore, partiamo dalla priorità assoluta del nostro territorio, che si chiama lavoro. Sempre più scarso, e sempre più precario..
Confermo, e aggiungo che, pur essendo per natura un ottimista, non è che dal 2012 mi aspetti grandi miglioramenti, dato il vento di recessione di cui tutti parlano. Purtroppo, dopo la grande crisi che colpì casalese e valenzano nel 2009 e 2010, quest’anno anche tortonese e novese, aree prima più dinamiche, hanno avuto parecchie difficoltà. Per non dire dell’alessandrino, naturalmente, dove è calma piatta da un periodo assai più lungo.

In un contesto simile, qual è il vostro compito?
E’ articolato, e impegnativo. Partiamo dalle vertenze aziendali: quando arrivano sui nostri tavoli, si tratta quasi sempre di situazioni ormai definite, in negativo. Ossia aziende decotte, e insolventi, e lavoratori disperati. Noi naturalmente cerchiamo di fare la nostra parte, di mediare e cercare strade percorribili. Ma io vorrei andare oltre: cioè riuscire, sfruttando anche l’enorme mole di dati che rielaboriamo in tempo reale, ad intervenire prima che le aziende siano ‘bollite’, per cercare di aiutarle a salvarsi e rilanciarsi. Naturalmente è un processo in cui non possiamo agire da soli, e in cui chiediamo il massimo di confronto e di collaborazione a tutti: dai sindacati alle associazioni imprenditoriali.

Parliamo di aiuti economici ai lavoratori: siamo uno dei Paesi europei messi peggio, al di là delle tante formule: cassa integrazione ordinaria, speciale, in deroga, mobilità….Alla fine però buona parte dei disoccupati non ha coperture di sorta…
Questo discorso andrebbe certamente legato alla necessità di un salario sociale, che in Italia non esiste. Noi qui facciamo i conti con l’esistente, e posso dirle che, oltre alla cassa integrazione in deroga, che è stata per fortuna estesa anche alle piccole e medie imprese, la Provincia di Alessandria è fra le poche in Italia ad operare in regime di anticipo di cassa.

Cosa significa?
Vuol dire che, poiché l’Inps ci mette spesso anche 5 o 6 mesi prima di erogare il sussidio al lavoratore, noi ci siamo accordati con la Cassa di Risparmio di Alessandria, e con lo stesso Inps, per anticipare di tasca nostra la cassa integrazione in deroga, e straordinaria. In questo modo il lavoratore non rimane ‘scoperto’ neppure un mese. Quest’anno circa un migliaio di lavoratori ha beneficiato di questa soluzione. Non è poco.

Resta però il fatto, assessore, che la gran parte dei disoccupati non ha in realtà sussidi di sorta, o li ha per periodi troppo brevi. Che altro si può fare?
Si deve puntare moltissimo sulla formazione permanente, cercando da un lato di far capire al lavoratore che il canale della riqualificazione è l’unica strada per tornare al lavoro, e dall’altro lato offrendo alle aziende seri incentivi e agevolazioni in caso di nuove assunzioni. E lo si sta facendo, mi creda. Certo, la situazione complessiva del sistema economico la conosciamo tutti. E poi francamente mi piacerebbe che ci fosse più sinergia con soggetti come Confindustria, che ha suoi canali e sue risorse per la formazione. Sarebbe saggio incrociare i nostri programmi e progetti per tempo, ad esempio: che senso ha investire in un certo tipo di corsi, se già so che lo stanno facendo loro, o viceversa? Eppure riscontriamo resistenze.

Chi si iscrive ai vostri Centri per l’Impiego?
Tanti profili diversi, ormai. Il 57% sono donne. Si va dai lavoratori meno qualificati, ai tecnici, ai laureati in cerca di primo impiego. Anche se i dati parlano chiaro: il mercato del lavoro provinciale non cerca persone con grandissime specializzazioni: e molti giovani laureati formalmente non sono nelle nostre liste perché lavorano, sì, ma in maniera assolutamente precaria, con collaborazioni occasionali e mal pagate.

Insomma, nell’alessandrino meglio fare le badanti che gli scienziati. Per non dire poi dei mestieri legati a specializzazioni umanistiche….
Un po’ è così, questo non dipende da noi. La nostra struttura, peraltro, ha anche la mission di aiutare l’integrazione dei lavoratori più deboli. Proprio sul fronte badanti abbiamo creato un albo, che comincia ad essere molto apprezzato ed utilizzato dalle famiglie: riusciamo a mettere in contatto in maniera personalizzata domanda e offerta, e a far emergere il ‘nero’, che in questo settore è da sempre altissimo. Portandolo alla regolarizzazione.

Assessore, le scuole professionali sono il ‘ponte’ tra le due grandi aree di sua competenza: lavoro e istruzione. Funzionano?
Sono un sistema complesso, ma essenziale, e con una funzione sociale, oltre che formativa. Non che non si debba investire sui licei, chiaramente: ma i trienni professionali sono il percorso che consente alla parte più debole della popolazione di avere non solo uno sbocco lavorativo, ma un’integrazione nella società. Noi ci crediamo, e compatibilmente con le risorse scarse ci investiamo molto.

Della ‘verticalizzazione’ o accorpamento degli istituti scolastici lei ha già parlato di recente: dobbiamo aspettarci altre novità?
In realtà la novità vera si avrà quando i nostri governi la smetteranno di procedere con il binomio scuola pubblica e ‘tagli’. Questa operazione di accorpare materne, primarie e medie ha l’unico obiettivo di risparmiare sul costo dei dirigenti, e ne verranno eliminati circa 1.500 in tutta Italia. Ma a quale prezzo, per territori eterogenei e diversificati come la nostra provincia? Io ho chiesto alla Regione Piemonte che, quantomeno, il numero degli alunni (1.000 per ogni plesso, 500 per le zone di montagna) possa essere calcolato in termini di media ponderata. Ossia che ci possano essere strutture organizzative da 800 studenti, e altre fino a 1.200. Diversamente, mi toccherebbe andare a bisticciare con un esercito di sindaci di piccoli comuni: che, tra l’altro, sono sempre estremamente ragionevoli, e forse pazienza ne hanno già avuta anche troppa.

 
27/12/2011
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