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Alessandria

1993-2013, la revisione della Costituzione segnata dalla crisi dei partiti

Vent'anni di Costituzione (1993-2013). Dibattiti e riforme nell'Italia tra due secoli il titolo del libro scritto a tre mani dallo stesso prof. Sicardi insieme a Massimo Cavino e Luca Imarisio. Un lavoro di ricerca nato per fornire un bilancio ragionato di quello che avvenuto in un ventennio cruciale della storia italiana
ALESSANDRIA - Un volume che ripercorre un venti anni di Costituzione, più precisamente il periodo compreso tra il '93 e il 2013. Un lavoro di ricerca nato per “fornire un bilancio ragionato di quello che è avvenuto in un ventennio cruciale della storia italiana”, come afferma il prof. Stefano Sicardi, docente di Diritto Costituzionale all’Università di Torino. “Vent'anni di Costituzione (1993-2013). Dibattiti e riforme nell'Italia tra due secoli” è il titolo del libro scritto a tre mani dallo stesso prof. Sicardi insieme a Massimo Cavino e Luca Imarisio, rispettivamente Docente di Diritto Costituzionale, di Diritto Pubblico e Regionale all'Università del Piemonte Orientale e Docente di Diritto Parlamentare all'Università di Torino. Al dibattito organizzato dall'associazione Cultura e Sviluppo giovedì 21 ha partecipato, via Skype, anche il noto sociologo e politologo Marco Revelli.

Un ventennio che necessariamente si ricollega a quello precedente, perché le trasformazioni avute in questo determinato periodo storico sono frutto di dinamiche socio-politiche consequenziali. Nel libro divide la storia costituzionale del nostro Paese in tre cicli storici ventennali. Per i primi trent'anni di vita la nostra Costituzione è stata caratterizzata da “una lunga fase in cui la parola d'ordine non è stata revisione ma attuazione. - spiega il prof. Sicardi - Questa prospettiva ha retto circa un trentennio. Il corollario di tutto ciò era che i problemi di funzionamento della democrazia si dovessero risolvere in chiave politica senza toccare le problematiche istituzionali”. Con il fallimento del cosiddetto compromesso storico ci si è però trovati di fronte ad un sistema che non riusciva a procedere. Dagli anni '80 in Italia all'attuazione si è sostituita la revisione della Costituzione, una necessità che ha generato forti contrapposizioni, facendo emergere “strategie di riforma tra di loro in evidente conflitto”. Quali consenguenze quindi? “Il sistema ha avuto una sorta di rapida convulsione, - afferma Sicardi - perché oltre alla caduta del muro scoppia lo scandalo “Mani Pulite”, che determina lo stravolgimento del panorama politico, gran parte delle forze post costituenti vengono spazzate via e ne nascono delle nuove con radici storiche molto eterogenee”. Si interviene sul sistema elettorale e da esso deriverà un nuovo panorama politico. Improvvisamente la Costituzione viene giudicata “vecchia, sospetta e troppo legata al passato. Da una parte si arriva a questa prospettazione di riforme costituzionali che si avvicinano all'idea di rottura totale con il passato, dall'altra la reazione tende ad essere di durissima difesa. Tutto queste renderà impossibile giungere a fecondi percorsi condivisi di riforma costituzionale”.

Un ventennio frutto di “di una dinamica storica ben determinata”, tiene a precisare il prof. Cavino. Negli anni '80 si apre in Italia il dibattito sulla forma di governo. “In quegli anni il tema della riflessione era l'alternativa tra la governabilità intesa come capacità di decidere e la necessità di correggere la dimensione rappresentativa alla base della Repubblica. Le cose cambiano a partire dagli anni '90, - sostiene Cavino - quando emerge un tema nuovo, cioè quello dell'organizzazione territoriale della Repubblica. Si inizia a parlare di federalismo, di un nuovo rapporto tra centro e periferia”. Un dibattito che nel 2000 darà vita alla riforma del Titolo V, che cambia completamente la prospettiva. Il nuovo art.114 parte dal basso: i Comuni, le Province, fino ad arrivare allo Stato. Il rapporto centro-periferia viene rovesciato”.
Il ventennio in analisi pone poi nuovi riflettori sul ruolo del Presidente della Repubblica. “Portata già alla ribalta durante il periodo pertiniano, la figura del Capo dello Stato viene enfatizzata dal passaggio dalla democrazia rappresentativa a quella maggioritaria. - afferma il professor Cavino - La luce è stata accesa in realtà dalla crisi del sistema dei partiti, questo è l'aspetto rilevante. E' la mancata capacità di una proposta politica che ha trasformato il Presidente della Repubblica in un soggetto di grande rilievo e sempre più influente per l'esecutivo”.

Gli anni '90 hanno segnato quindi la crisi dei partiti, “stavano cedendo le forme di organizzazione della politca. - dichiara Marco Revelli - Abbiamo assistito ad una frammentazione della società e al collasso del paradigma socioproduttivo fino ad allora dominante”. Quanto più i soggetti politici andavano in crisi, tanto più si iniziava a dichiarare l'inadeguatezza della Costituzione. “La politica, invece di fare autocritica, ha preferito buttarla sui meccanismi elettorali e alzare il tiro nei confronti della Costituzione".
"Nel 2013 abbiamo avuto le Poltiche con 13 milioni di astenuti su 47 milioni di aventi diritto, quasi 9 milioni di voti per un partito che possiamo definire istantaneo. I due partiti che si presentavano come i possibili costituenti - spiega Revelli - insieme non rappresentavano più di un terzo del corpo elettorale. Tutto ciò ci dice che il grosso problema del nostro Paese è la crisi di rappresentanza. Da una parte non ci dobbiamo stupire se la Costituzione è stata mal riformata, perché i riformatori sono esattamente i soggetti in crisi. Dall'altra parte credo che l'emergenza di fronte alle quale siamo e che viene irrisa dall'attuale riforma del Senato, è la mancanza di una classe politica legittimata".
28/01/2016
Alessandro Francini - redazione@alessandrianews.it
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