Versione stampabile   Invia articolo a un amico   Scrivi alla redazione
Opinioni

Morire per Palmira

Mi piace pensare che Khaled Asaad non avrebbe voluto chiudere la propria vita lontano dalla sua Palmira e che abbia pensato, quando già il coltello era davanti al suo viso, che valesse la pena di morire per essa e per tutto ciò che da secoli significa per tutti noi
OPINIONI - La notte era dolce a Palmira dopo la pioggia del pomeriggio che aveva rinfrescato le rovine dell’antica capitale dell’imperatrice Zenobia. Eravamo gli unici stranieri, fra i pochi che si aggiravano per una Siria misteriosa e caldissima. L’acqua aveva dilavato il terreno, portando alla luce frammenti minimi di pietra lavorata e di stucchi elaborati, normalmente celati dal manto di sabbia polverosa con cui il vento ricopriva l’intero sito, come per preservarlo dagli umani. Avevamo fatto una prima ricognizione al tramonto, quando ancora cadevano le ultime gocce, noi due soli, in una luce irreale e maestosa nella quale si muovevano in distanza pochi uomini inerpicati su altissimi mehari. Uno di loro, poco più di un ragazzo, venne a vederci, andandosene subito, come se ritenesse incongrua la nostra presenza.

Sulla collina il castello arabo sembrava vegliare sull’antica città, ma forse la minacciava in silenzio, da secoli. Più in là, sulla collina dove pascolavano pecore smunte, si ergevano le Torri dei morti, silenziose e terribili. Abbiamo dormito allo Zenobia, l’albergo a un piano solo, eretto ai margini delle rovine negli anni Trenta del Novecento, proprio di fronte al tempio del Signore del Cielo, dio delle tempeste e delle piogge, Baalshamin, un dio benefico.

Eravamo arrivati a Palmira in taxi, perché il bus si fermava prima. Eravamo stati a Damasco, dove si incrocia la Storia e dove, alla fine di una via lunga e diritta c’era la casa di Saulo di Tarso, ad Aleppo, la città del grande mercato, dominata da una fortezza massiccia. Il quartiere cristiano usava i cancelli per chiudere gli accessi quando la notte calava. Non era come a Damasco, dove alla zona cristiana si arrivava passeggiando dalla Moschea degli Omayyadi con la sua torre del Cristo, percorrendo stradine in discesa, protette dal sole da topie di tralci d’uva. Di fianco si aprivano caffè all’aperto dove si fumava il narghilé e si beveva il tè alla menta.

Era bella la Siria e gentili i siriani: il pittore di Aleppo dal quale avevamo acquistato un piccolo dipinto, gli abitanti di Hama che raccontavano del massacro fatto dal padre dell’attuale dittatore e ti facevano vedere il grande albergo che dicevano costruito sui morti della repressione. E poi i mercanti di Aleppo, preoccupati perché per ridere un ragazzo era stato spinto dai compagni, piombando addosso a Daniela. Un gesto inaccettabile al quale poteva porre riparo solo una dura punizione o il mio perdono. Non il suo, il mio, come marito e quindi titolato a decidere anche per lei. Si era di Ramadam e quando cessava tutti correvano a casa e la città restava vuota e silenziosa.

Era gentilmente triste il palestinese fuggito dalla sua terra e dal campo in cui era nato. Gli avevamo comperato una tavoletta incisa di terra cotta, opera sua, sulla quale erano raffigurati un padre, due bambini e una madre che portava in pancia il terzo figlio. L’abbiamo ancora, murata di fianco al nostro letto.

A Palmira eravamo fuori dal tempo, in uno spazio delimitato solo dal vento e dall’ombra dei templi, di un fascino che dà senso alla vita. Questa città che appartiene a tutti noi, simbolo di un sogno di indipendenza che minacciò l’impero di Roma, è adesso nelle mani degli scherani di Daesh. Il tempio di Baalshamin è stato distrutto, l’elegante anfiteatro è diventato luogo di esecuzioni. Qui è stato assassinato l’uomo che l’aveva curata come una anziana madre, l’uomo che amava la storia della sua terra, che studiava il passato, che era invecchiato seguendo un ideale di Bellezza che i suoi assassini non possono nemmeno immaginare.

Mercanti di oggetti preziosi l’hanno torturato per conoscere il luogo dove li aveva nascosti, infine l’hanno massacrato nell’anfiteatro. Uomini senza cultura e senza amore hanno macchiato di sangue innocente un luogo del quale non riescono a vedere altro che la location per una macelleria.

Khaled Asaad è vissuto ottantadue anni, un lungo periodo dedicato a un amore che chi ha avuto il privilegio di condividere anche brevemente comprende benissimo. Alla sua età la morte non appare lontana e indistinta, la si accetta nella sua necessaria inevitabilità. A me piace pensare che Khaled Asaad non avrebbe voluto chiudere la propria vita lontano dalla sua Palmira e che abbia pensato, quando già il coltello era davanti al suo viso, che valesse la pena di morire per essa e per tutto ciò che da secoli significa per tutti noi. Il suo corpo mutilato è stato appeso a una colonna, un gesto scellerato che, involontariamente, lega per sempre Khaled Assad all’eternità di Palmira.
4/09/2015
Giulio Massobrio - redazione@alessandrianews.it
Versione stampabile   Invia articolo a un amico   Scrivi alla redazione


 
blog comments powered by Disqus



Taryn Donath Quartet apre la stagione del Macall? di Castelceriolo
Taryn Donath Quartet apre la stagione del Macall? di Castelceriolo
Gig Economy: la ricaduta dell'economia del lavoretto sugli alessandrini
Gig Economy: la ricaduta dell'economia del lavoretto sugli alessandrini
Gig Economy: il metodo d'indagine sulla provincia di Alessandria
Gig Economy: il metodo d'indagine sulla provincia di Alessandria
Sabato 03 Novembre 2018 Taryn Donath Quartet in concerto al Macallé
Sabato 03 Novembre 2018 Taryn Donath Quartet in concerto al Macallé
La Psicomotricità Funzionale e il Training Attentivo Cognitivo Metodo Benso sbarcano ad Alessandria
La Psicomotricità Funzionale e il Training Attentivo Cognitivo Metodo Benso sbarcano ad Alessandria
Biodigestore Carentino: il presidio contro il progetto durante la Conferenza dei Servizi
Biodigestore Carentino: il presidio contro il progetto durante la Conferenza dei Servizi