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La storia di Guido, dalla Romania al Villaggio Profughi: Ci chiamavano slavi, ma eravamo italiani come loro

Nel '49 la famiglia di Guido R. lascia la Romania per tornare in Italia, "costretti a scegliere se diventare rumeni o restare italiani". Prima l'arrivo a Tortona alla Caserma Passalacqua, "per noi bimbi era tutto un gioco, ma per gli adulti era dura", poi nel '59 il trasferimento ad Alessandria al Villaggio Profughi, "dove eravamo malvisti, dicevano che gli rubavamo il lavoro. Per molti la citt finiva in via Casalcermelli"
ALESSANDRIA - Ad ascoltare certe storie ci si rende conto di come le nuove generazioni possano essere il vero punto di (ri)partenza per un nuovo processo di integrazione che permetta di evitare gli errori e le ingiustizie commessi in passato. Ad ascoltare certe storie ci si rende conto anche di un'altra cosa: le migrazioni di massa, da qualunque latitudine provengano e per qualsiasi motivo abbiano avuto inizio (una guerra in corso, una persecuzione etnica o una grave crisi economica), lasciano alle loro spalle sempre la medesima e drammatica traccia di sofferenza ed emarginazione.  

Guido R. è uno dei tanti che hanno vissuto al Villaggio Profughi, al quartiere Cristo. Forse uno dei pochi che abitavano gli oltre duecento appartamenti costruiti a metà degli anni '50 a non essere giunto ad Alessandria dall'Istria o dalla Dalmazia. La famiglia di Guido, infatti, dal Friuli si era trasferita in Romania prima della guerra, “a Tecuci, a 40 km dal confine sovietico. Quando si parla degli esuli ci si dimentica che l’esodo non ha riguardato solo gli istriani, i fiumani e i giuliano-dalmati – spiega Guido - ma anche le tante famiglie di origine italiana che vivevano nelle colonie del nord Africa, in Grecia, in Albania e in Romania”. Come gli esuli istriani, fiumani e giuliano-dalmati, terminato il secondo conflitto mondiale anche la famiglia di Guido è stata costretta ad emigrare. “Con l'avvento del comunismo in Romania dovemmo scegliere se diventare rumeni o restare italiani. Mia madre è stata irremovibile, dovevamo tornare in Italia”. Così, nel ’49 i genitori di Guido raccolgono i pochi effetti personali e partono alla volta di Udine, “nudi e crudi, solo con i vestiti che avevamo indosso e una valigia. Io avevo 14 mesi, ultimo di quattro figli. Sette giorni di viaggio in condizioni terribili e sopportando situazioni veramente al limite”.  

La prima tappa della nuova vita 'mandrogna' di Guido e la sua famiglia è la Caserma Passalacqua di Tortona, dove dal '46 fino a buona parte degli anni '60 sono transitati circa 20 mila profughi provenienti dai Balcani, dalle ex colonie del nord Africa, dalla Grecia e dall'Europa dell'est. Un grande miscuglio eterogeneo di dialetti, origini e tradizioni confluiti in un unico 'porto d'arrivo', al termine dello stesso lungo viaggio. “Tra noi bambini si parlava tutti il dialetto triestino che, insieme al friulano, era l'idioma più comune della caserma. Solo tra i più grandi persistevano le differenze linguistiche a seconda del Paese di provenienza. I miei genitori, ad esempio, in famiglia parlavano rumeno“. Per gli adulti, vivere alla 'Passalacqua' era una quotidiana prova di pazienza e tenacia. Le ristrettezze, infatti, oltre che economiche erano anche fisiche. “La mia famiglia era stata fortunata – racconta Guido - perché eravamo in sei e ci venne assegnata una stanza tutta per noi. In altri casi, però, in un solo stanzone vivevano 4-5 famiglie meno numerose, divise tra loro soltanto da una coperta. In quelle condizioni non esisteva privacy”. Diversa, ovviamente, la percezione del quotidiano tra i più piccoli. “Per noi era tutto un grande gioco. Non avevamo preoccupazioni, ci piaceva stare sempre tutti assieme. Si giocava ai cowboys, costruivamo archi e frecce con le bacchette degli ombrelli, le altalene legate agli alberi che circondavano il cortile della caserma. E poi avevamo sempre un pallone tra i piedi”.  

Nel 59', l'arrivo al Villaggio Profughi (foto in basso), dove in moltissimi casi famiglie di quattro-cinque persone si ritrovarono costrette a vivere in alloggi formati unicamente dalla cucina e due camere da letto, nel migliore dei casi. “Ad Alessandria eravamo molto malvisti, sia noi profughi che i meridionali che abitavano in zona 'Casermette'. Erano tutti convinti che fossimo arrivati in città per portare via il lavoro agli alessandrini”. Chi al contrario nutriva verso gli esuli tutt'altra considerazione, se pur per mero tornaconto personale, erano gli imprenditori locali, “che ambivano ad assumere i profughi, perché erano persone che avevano bisogno di lavorare e che non facevano mai questioni”. La storia e le cattive tradizioni non smettono di ripetersi, dopotutto. La divisione tra autoctoni ed immigrati (esuli e meridionali) negli anni '60 era molto marcata. “Per molti Alessandria finiva in via Casalcermelli. Da lì in giù non esistevano marciapiedi, non c'erano lampioni e, in generale, tutta la zona era pressoché abbandonata a se stessa”. La parte sud del 'Cristo' era considerata un'altra realtà, un'altra storia. “Spesso ci veniva rinfacciato il fatto di essere slavi. Noi, però, rivendicavamo la nostra italianità. La cosa assurda è che quando eravamo in Romania ci chiamavano italiani, una volta in Italia, invece, eravamo considerati semplicemente rumeni”.  

Lo sport, però, anche in questo caso si è dimostrato prezioso strumento di integrazione ma, si sa, i pregiudizi sono comunque difficili da estirpare “Eravamo un gruppo di ragazzi che sapeva giocare molto bene a calcio e a pallacanestro – ricorda Guido - quindi eravamo molto richiesti dai gruppi sportivi della città. Io ho giocato tanti anni nell'Asca, fino alla Prima Categoria. Quando giocavamo nelle società locali eravamo considerati ragazzi normalissimi, come tutti gli altri. Quando però abbiamo fondato la Virtus Don Bosco, nei primi anni formata in gran parte dai figli degli esuli, siamo improvvisamente diventati la squadra dei profughi. Gli avversari ci temevano perché erano convinti fossimo ragazzi poco raccomandabili, sempre pronti a darle insomma”.  

Negli anni, la comunità degli esuli si è pian piano integrata con il resto della cittadinanza. Qualcuno tra i più anziani ha trascorso tutta la vita nei condomini del 'Villaggio', “ma ormai sono davvero in pochi. Abbiamo chiesto più volte alle varie amministrazioni di fare qualcosa di concreto per non lasciare nel degrado gli alloggi, ma abbiamo sempre avuto riscontri molto scarsi”. Negli ultimi anni diverse abitazioni sono state occupate abusivamente, “se si trattasse di famiglie davvero bisognose a noi la cosa non darebbe alcun fastidio. Il problema è che il più delle volte si tratta di persone che poi si dedicano ad attività poco lecite e che riducono gli appartamenti in condizioni pietose”.  

Un 'Giorno del Ricordo' che, come Guido tiene a sottolineare e come troppo spesso accade per questo tipo di celebrazioni, dura davvero soltanto un giorno. "Il 'Giorno del Ricordo' viene celebrato il 10 febbraio, ma per tutto il resto dell'anno gli esuli vengono dimenticati. Anche le commemorazioni, qui ad Alessandria, negli ultimi anni sono diventate sempre meno significative e partecipate. Qualcuno faticherà a crederlo, ma posso assicurare che addirittura un amministratore di rilievo in auge qualche anno fa non sapeva nemmeno che ad Alessandria esistesse una comunità di esuli istriani”. Incredibile ma vero, parola di Guido.
13/02/2019
Alessandro Francini - redazione@alessandrianews.it
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