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Interviste

Gemma: “la nostra sfida è avvicinare scuola e impresa”

Stage in azienda e all’estero, nuovi criteri di valutazione della formazione, premi e incentivi per gli studenti, medi e universitari, che si mettono in gioco e mostrano capacità e impegno. Il presidente del Gruppo Giovani di Confindustria “scommette” sul comparto “Education”, e ricorda: “negli ultimi vent’anni la richiesta di tecnici specializzati è raddoppiata, ma l’offerta si è dimezzata”. Ecco perché..
INTERVISTE - “Ho ancora davanti a me sei mesi di mandato, e tanti progetti da avviare e completare. Ma naturalmente il mio impegno in Confindustria poi continuerà in altre forme: lo vivo come un’esperienza davvero coinvolgente, in grado di incidere sul nostro territorio, per migliorarlo”. Pietro Gemma è presidente del Gruppo Giovani di Confindustria Alessandria da due anni e mezzo, e completerà il triennio (“non rieleggibile”) la prossima estate. E’ il momento giusto per fare il punto non solo sulle tante attività in corso, ma anche in maniera più ampia sul ruolo, oggi, dei giovani imprenditori in un Paese, e in un territorio, in cui le quotidiane riflessioni sulla crisi (economica, ma anche di valori) rischiano di far passare in secondo piano positività e progetti, che invece ci sono e vanno coltivati.

Ingegner Gemma, partiamo da chi sono e cosa fanno i giovani di Confindustria. Siete un club di figli di, che si preparano ad ereditare le attività di famiglia, o che altro?
Mi piace affermare che siamo una vera fucina di classe dirigente, che lavora e si confronta seriamente su problemi e tematiche tra loro molto diverse. E questo travaso di competenze, per cui si mette a fattor comune ciò che ognuno sa, è uno dei punti di forza per un sistema imprenditoriale come il nostro, basato su imprese che quasi mai sono multinazionali, e che quindi non sempre hanno al proprio interno tutte le competenze e le conoscenze necessarie ad affrontare questioni complesse. Comunque non siamo il semplice clone dei senior, anche se è indubbio che, come me, molti altri colleghi arrivano da esperienze plurigenerazionali di aziende di famiglia. Diciamo che, mentre chi partecipa alla vita associativa di Confindustria tende ad occuparsi, giustamente, del business di oggi (per fare qualche esempio: costo dell’energia, contratti di lavoro, pressione fiscale) noi del Gruppo Giovani cerchiamo di ragionare sul futuro, sul mercato di domani, in termini di potenzialità di sviluppo, e di criticità.

Siete tutti figli di imprenditori già affermati?
No, anche se onestamente, a causa delle condizioni strutturali in cui si trova il nostro sistema Paese, incontrare imprenditori di prima generazione è purtroppo sempre più raro. Quasi impossibile, poi, se si esce dal settore delle start up dell’informatica. Noi siamo comunque 50/60 soci tutti realmente attivi, e impegnati sui fronti più diversi del sistema economico della nostra provincia. Personalmente, poi, faccio parte anche del comitato tecnico “Education” di Confindustria a Roma, e ogni volta torno davvero dagli incontri arricchito, con la consapevolezza di aver speso bene il mio tempo, e di aver imparato qualcosa. Che poi cerco anche di “travasare” sul nostro territorio.

Il fronte della formazione vi vede particolarmente attivi nel dialogo con il mondo della scuola, e dell’università. Con quali risultati?
Abbiamo realizzato, e stiamo sviluppando, diverse linee di progetti, nella convinzione che in Italia, e quindi anche qui da noi, esista un gap enorme tra la scuola e il mondo del lavoro, che può e deve essere colmato. Un primo esempio di come riuscirci è “La tua idea di impresa”, un progetto nato da noi diversi anni fa, e felicemente esportato anche in diverse altre province. In sostanza i ragazzi delle medie superiori sono invitati a sviluppare una loro idea di impresa, con un vero business plan, e filmati di presentazione realizzati da una nostra troupe nelle diverse scuole, e pubblicati sul sito Internet di Confindustria. Gli imprenditori sono chiamati ad esaminarli, giudicarli e valutarli, e i tre progetti ritenuti più interessanti vengono premiati con una somma in denaro (messa a disposizione degli istituti scolastici), e passano anche al livello di selezione nazionale, confrontandosi con quelli di altre province.

Poi c’è la “banca del merito”: di cosa si tratta?
E’ un tentativo, credo felice, per stimolare gli studenti dell’ultimo anno delle scuole superiori ad investire sul proprio profilo di studio e specializzazione, e al contempo per fare in modo che le imprese sappiano che ci sono delle eccellenze su cui investire. Abbiamo individuato 14 scuole medie superiori della provincia, e agli studenti che si diplomano attribuiamo un rating di valutazione, in cui conta il voto accademico, ma anche la conoscenza delle lingue, le esperienze di stage sul territorio ed eventualmente all’estero, e così via. In maniera che le aziende, in caso di necessità, sappiano dove rivolgersi, chi contattare. E per esaltare il principio del merito e della competenza: a tutti i livelli, bisogna poter scegliere i migliori, i più competenti, e non chi si conosce per ragioni famigliari o amicali.

Un’impostazione che vale anche nel rapporto con l’università?
Assolutamente sì, anche se gli accordi lì sono al momento meno sviluppati, e sto cercando di stimolare incontri di approfondimento. Parliamoci chiaro: le università di territorio servono se si “saldano” fortemente con il tessuto economico locale. Se sono solo esamifici, non portano reale valore aggiunto a nessuno, a cominciare dai giovani laureati. E si arriva al fenomeno, largamente noto ormai, della fuga dei cervelli: ossia il sistema Italia (e non solo le singole famiglie) sostiene i costi della formazione universitaria, per poi veder partire le intelligenze migliori verso altri Paesi, dove ci sono migliori opportunità. Rimando al caso alessandrino, penso alle potenzialità, sin qui poco coltivare, delle facoltà scientifiche. Perché non pensare, ad esempio, a dottorati di ricerca fortemente legati alle esigenze delle aziende del nostro territorio? Ogni anno il sistema universitario italiano finanzia 12 mila dottorati: ma solo la minima parte di queste intelligenze trova poi spazio all’interno del mondo accademico: il resto, ossia almeno 10 mila dottorandi all’anno, rischia di disperdersi: ed è un patrimonio, invece, che il mondo dell’impresa dovrebbe poter capitalizzare per crescere.

Presidente Gemma, torniamo agli studenti delle scuole superiori: cos’è il CTS, e come funziona?
Il Comitato Tecnico Scientifico è il progetto più grande che abbiamo implementato, e che speriamo possa crescere nel tempo, e dare frutti importanti. Per ora, a seguito della riforma Gelmini di Alessandria, è stato avviato all’Istituto Volta di Alessandria, ma l’obiettivo è estenderlo ad altre realtà scolastiche della provincia. Il Comitato raggruppa presidi, docenti, imprenditori e istituzioni del territorio, e da un lato offre indirizzi su materie e contenuti da insegnare ai ragazzi, dall’altro si propone di creare una forte sinergia tra scuola e impresa, e di colmare la distanza che c’è tra mondo scolastico e mondo imprenditoriale. Un primo passo è stato trovare risorse per stage aziendali per i ragazzi del triennio finale del Volta. Ma prima di loro abbiamo invitato nelle aziende i loro professori: perché avessero le idee chiare su dove gli studenti vengono mandati in stage. Poi abbiamo finanziato la certificazione delle conoscenze linguistiche, e informatiche. Che un ragazzo scriva nel curriculum: conoscenza dell’inglese “scolastica” non significa nulla. Occorre fare riferimento a standard internazionali riconosciuti.

Quando parla di stages, intende momenti formativi di lavoro/studio in aziende sul nostro territorio?
In prima battuta sì, ma non solo. Al CTS partecipano primarie realtà industriali presenti nell’alessandrino, tra cui multinazionali come Michelin, Solvay, Alpla. Ma anche Gefit, Prisma Impianti e molte altre. Però, tramite un progetto di mobilità europea per studenti delle superiori, che si chiama Leonardo, abbiamo ottenuto un finanziamento di circa 236 mila euro grazie al quale 100 studenti maggiorenni di cinque diversi istituti superiori della provincia potranno, il prossimo aprile, vivere la loro prima esperienza di studio/lavoro all’estero, per quattro settimane.

Tutti questi progetti sembrano concentrarsi sugli studenti delle superiori, e sui periti in particolare. Davvero al nostro sistema produttivo non servono laureati, e la loro sorte è scegliere tra sotto occupazione o emigrazione?
E’ più complesso di così. Certamente al sistema produttivo servono tecnici, e i periti, se sono bravi, hanno un buon mercato. Del resto oggi i dati ci dicono che il 52% dei periti sceglie però comunque di proseguire, e di conseguire specializzazioni universitarie. Non è vero che il mondo del lavoro non ha bisogno di laureati. Certo, dipende dal tipo di laurea, oltre che dalle capacità dei singoli. Ci sono precisi dati del centro studi di Confindustria che mostrano come esistano lauree che portano alla piena occupazione, e altre con l’8% di impiego. Non solo: un altro dato interessante è che più in un Paese crescono i tecnici, più cresce il Pil. La peculiarità italiana è che negli ultimi vent’anni da un lato la richiesta di tecnici da parte del mondo industriale è raddoppiata, dall’altro l’offerta in questo senso si è dimezzata.

Insomma, siamo un popolo di artisti, letterati, filosofi e…disoccupati?
Ognuno naturalmente è libero di seguire le proprie attitudini e interessi, ma occorre farlo in maniera consapevole. Per questo credo che un altro aspetto su cui investire molto sia quello dell’orientamento scolastico. A 13 anni prima, a 18 poi, i ragazzi (ma anche le loro famiglie) sono chiamate a scelte decisive, da non fare a cuor leggero. Prima di Natale, ad esempio, Confindustria ha organizzato per trecento ragazzi di terza media, nell’aula magna della Facoltà di Scienze dell’Università di Alessandria, uno spettacolo teatrale certamente divertente, ma anche capace di stimolare la riflessione sulla scelta importante che si apprestano a fare, puntando su una scuola secondaria o su un’altra. E’ in gioco certamente il loro futuro.

Ingegner Gemma, il suo è il classico caso di azienda di famiglia, la Ida, che continua ad ottenere risultati eccellenti, nonostante il contesto di crisi. C’è una ricetta per proseguire con successo nel percorso avviato dalle generazioni precedenti?
Per esperienza, non solo personale, posso dirle che nelle aziende di famiglia (la mia fu fondata nel 1947 da mio nonno, che si chiamava Pietro, come me) non si litiga quasi mai per i soldi, ma spesso per conflitti di competenze. Il merito quindi che riconosco a mio padre (e a molti imprenditori della sua generazione) è quello di continuare ad esserci, con la forza dell’esperienza, ma attribuendo chiari ruoli operativi e gestionali alla nuova generazione. Nel mio caso personale: io sono in azienda dal 2000, e mi occupo delle vendite in tutto il mondo, mentre mio fratello Marco è responsabile produzione e tecnologia, e Angelo, che è giovane e in azienda da poco, segue il commerciale Italia.
Ma il lavoro in team (agevolato dalle nuove tecnologie di rete) è essenziale, per procedere ottimizzando i processi e i risultati.

 
17/01/2013
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