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Alessandria

Alessandria 2018: sogno infranto, che forse nessuno ha mai sognato davvero

Con quest'anno scadono i termini ideali posti dall'associazione 'Alessandria 2018', fondata nel 2008 per lavorare allo sviluppo della città, mediante un piano strategico, costato centinaia di migliaia di euro, che avrebbe dovuto portare il nostro capoluogo nel futuro, con un ruolo da protagonista. Benvenuti nel futuro, dunque...
ALESSANDRIA - Qual è il futuro del nostro capoluogo? Quale la sua vocazione, la sua intima natura, la sua strategia per prosperare?

Dieci anni fa la città se lo è chiesto con un Piano Strategico che, costato centinaia di migliaia di euro di tutti i cittadini, oggi non è più neppure disponibile sul sito del comune (fatto denunciato da noi già anni fa, senza che nulla cambiasse). 

L'Associazione fondata nel 2008, chiamata "Alessandria 2018" con l'obiettivo di darsi un orizzonte temporale di 10 anni per proiettare Alessandria nel futuro, diede vita a un'attività di pianificazione strategica durata tre anni e conclusasi sostanzialmente con un nulla di fatto, clamoroso per alcuni, assolutamente scontato e facilmente immaginabile per altri: dopo aver convolto più di 150 persone, più di 60 enti, istituzioni e associazioni, con una spesa ingente (anche solo per ripagare del lavoro svolto il suo curatore, Valerio Malvezzi, nella foto a destra, che finì però per essere il primo a prenderne cautamente le distanze, sottolineando di essere stato lasciato solo), il Piano Strategico del capoluogo, un documento di 680 pagine, presentato allora da Bruno Vespa al Teatro Comunale, è finito nella polvere, trascinandosi dietro anche l'esperienza di partecipazione che coinvolse tante realtà, con dispendio di tempo ed energie rimaste purtroppo quasi completamente sulla carta. 

Nell'introduzione al documento di allora, che vi forniamo in maniera integrale, visto che è ormai sostanzialmente irreperibile ma resta un patrimonio collettivo, anche solo per ricordarsi in futuro quanto è accaduto, si può leggere: "Il valore di questo documento sono quindi le idee, cioè le immagini di un mondo ristretto - Alessandria - che condizioneranno un agire futuro per fare una città che oggi non c’è. Nulla di quello che leggerete in questo volume è ancora realtà; non ha ancora un prezzo, un finanziamento, non è ancora una cosa tangibile. È soltanto l’immagine di una città che ancora non si può vivere, come la vedono, però, quelle persone che hanno scritto delle cose su un pezzo di carta, a rappresentare le loro idee, spesso condividendole, come leggerete, con altri". Proprio il fatto di partire dalle idee e non dalle reali possibilità che le stesse trovassero finanziamenti e realtà capaci di portarle avanti nel tempo è stato per alcuni uno dei peccati originali del documento. 

Alessandria, a differenza di altre città che sono state capaci di prosperare davvero e di realizzare (e non solamente pianificare) il proprio futuro, non è mai stata in grado (almeno seguendo il filo delle ultime esperienze amministrative) di portare un progetto decennale di sviluppo, considerato nell'interesse della città al di là dello schieramento politico in quel momento chiamato a governare. Ogni volta si è ripartiti da zero, e mediamente si è investito l'intero mandato a progettare linee di sviluppo per la città disconosciute da chi è venuto dopo (l'ultimo clamoroso esempio, in ordine temporale, è il Piano Strategico della Mobilità Sostenibile messo in campo dalla giunta guidata da Rita Rossa e stravolto, prima ancora di essere approvato, dalla giunta di Gianfranco Cuttica). 

Nel nuovo documento progettuale dell'attuale Giunta, legato al recepimento dei fondi regionali ed europei proveniente dai finanziamenti Por Fesr, chiamato "Alessandria torna al Centro", un paragrafo è proprio dedicato all'esperienza di Alessandria 2018. 
"Nell’anno in corso scadono idealmente i termini del Piano Strategico Alessandria 2018 - si legge nel documento - Lanciato nel maggio del 2008 con la costituzione dell’Associazione Alessandria 2018 – di cui facevano parte come soci fondatori 16 soggetti locali, tra cui il Comune di Alessandria, la Camera di Commercio, le Associazioni di Categoria, i rappresentanti di tutte le categorie economiche, i due Atenei presenti sul territorio – e approvato nell’agosto del 2010, il piano si dava il compito di produrre una idea di sviluppo condiviso (la Visone generale per la Città di Alessandria), da attuarsi nel decennio successivo.
Senza l’intenzione di produrre qui una valutazione del documento Alessandria 2018, alcune considerazioni sembrano comunque utili e necessarie.Dopo vent’anni di piani strategici nel nostro paese, sembra farsi strada la convinzione che la stagione della pianificazione strategica sia definitivamente tramontata. A corollario di questa impressione, vi è la sensazione diffusa che tale esperienza abbia complessivamente prodotto risultati di gran lunga inferiori alle attese iniziali. Sotto questo riguardo, l’esperienza alessandrina non sembra aver fatto eccezione.
Tuttavia, sarebbe ingeneroso rubricare Alessandria 2018 esclusivamente come uno dei tanti «libro dei sogni» a cui si sono abbandonate le città, destinato a invecchiare sui siti Internet o nei cassetti delle amministrazioni comunali. Un piano strategico può essere legittimamente valutato sul versante degli output: «il piano ha conseguito i risultati che si prefiggeva?». In questo caso la risposta non può che essere negativa. Lo stesso piano può, tuttavia, essere valutato in termini di impatti: «il piano ha influito – intenzionalmente o meno – sui corsi d’azione della governance urbana?». In questo secondo caso, la risposta non può (e non dovrebbe) essere così assoluta come nel caso precedente.
Tra ciò che il piano Alessandria 2018 è stato, vi è il suo ruolo di catalizzatore temporaneo della mobilitazione degli attori locali che, per un determinato periodo, hanno accettato di sedersi intorno a dei tavoli di discussione, appositamente organizzati e moderati, con l’intento di discutere dei problemi della città e del suo territorio. Sotto questo riguardo (e indipendentemente dagli output realizzati), il piano ha favorito un particolare momento di progettualità e ha messo in circolazione una grande quantità di progetti e proposte che, in alcuni casi si sono ben presto arenati per mancanza di interpreti possibili o credibili, ma in alcuni casi hanno iniziato a procedere in relativa autonomia rispetto all’idea strutturale alla quale il piano le costringeva. Anche in questo secondo caso, non necessariamente le idee e i progetti hanno imboccato la strada dell’attuazione. Resta però come dato di fatto che azioni strategiche presenti nel piano Alessandria 2018, hanno continuato a essere oggetto di dibattito politico, mantenendo la consapevolezza che – con o senza il piano strategico – il coordinamento tra gli attori locali e la progettualità condivisa rappresentino l’unica strada alla politica urbana, pena il declino della città e del suo territorio".

Insomma, la sensazione è che se è vero che tanti soggetti al tempo furono mobilitati per partecipare ai tavoli, quando la pianificazione rimane fine a se stessa, quegli stessi sforzi profusi finiscano per mortificare la voglia di partecipazione. Se è vero che i bilanci delle esperienze passate non sono positivi, e che altre centinaia di migliaia di euro da investire per un nuovo piano strategico tutto idee e cuore forse non sono una buona idea, cosa resta ad Alessandria per progettare, in un orizzonte di medio-luongo periodo, il proprio futuro? 

Il dibattito sul tema non può che restare aperto: in attesa di un'Alessandria 2028 che rinnovi la sfida, resta da capire quali siano le reali capacità di condurre un confronto sul nostro territorio capace di ritrovare (o forse semplicemente trovare per la prima volta) una qualche credibilità in termini di pianificazione.

L'attuale Amministrazione si candida a farlo, proponendo oggi di recuperare il rapporto con gli stakeholders e tutti i soggetti che a vario titolo possono offrire contributi allo sviluppo della città. Il problema è che qualsiasi programma politico ormai è ricco di spunti e buoni propositi di questo tipo, così come lo era il programma di Rita Rossa, quello di Piercarlo Fabbio prima e il piano legato ad Alessandria 2018. Non si può che sperare in un esito migliore, consapevoli che la città troppe volte è stata vittima di logiche incentrate al breve periodo, a politiche legate al tornaconto elettorale e a mancanza di coraggio e di visione strategica capace di creare un patto fra amministrazioni per dare linee di sviluppo sufficientemente ampie per incidere sui processi di lungo periodo e governare cambiamenti che possano superare il cambio politico dopo una tornata elettorale. 
11/06/2018
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